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Un nuovo studio italiano condotto da ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e di Fondazione Michelangelo, pubblicato di recente su JAMA Network Open, ha dimostrato che molti trial sull’immunoterapia nel carcinoma mammario non riescono a tradursi in studi di fase III con risultati positivi, evidenziando anche quali sono i fattori chiave correlati ai trial con un più basso rendimento.
Gli autori hanno voluto esaminare il panorama degli studi clinici sull’immunoterapia nel tumore alla mammella per valutare quanti non siano riusciti a riferire risultati e quanti abbiano prodotto dati positivi, descrivendo le caratteristiche dei trial associati a questi due outcome. Entro aprile 2023 sono stati avviati in totale 331 studi di immunooncologia nel carcinoma mammario; 47 erano di fase I, 242 di fase II e 42 di fase III; gli autori hanno valutato quanti di questi abbiano riportato i loro risultati, sia come abstract che come lavori, e li hanno classificati come positivi o negativi se soddisfacevano o meno i loro endopoint, rispettivamente. Dei 120 studi completati al 30 novembre 2022, 30 (25%, per un totale di 2428 pazienti) non sono riusciti a riportare i propri risultati; si tratta di 7 studi di fase I (31,8%), 21 studi di fase II (23,6%) e 2 studi di fase III (22,2%). Gli studi in un singolo centro avevano una probabilità significativamente maggiore di non riferire i risultati rispetto agli studi multicentrici (rispettivamente 35% vs 15%); i piccoli studi e gli studi di fase II non randomizzati inoltre sono quelli con il rendimento più basso. «I risultati degli studi di fase II dovrebbero guidare la progettazione degli studi di fase III per massimizzarne le possibilità di un esito positivo. Purtroppo, l’89,5% degli studi randomizzati di immunoterapia completati ha prodotto risultati negativi», affermano gli autori. «Il gran numero di studi in corso sull’immunoterapia ha prodotto un impatto clinico modesto. Gli studi di singolo centro spesso non riescono a riportare i risultati e i numerosi studi di fase II che sono stati condotti non si sono tradotti in molti trial di fase III che fossero di successo. Per aumentare l’efficienza degli studi è necessario un avvio più selettivo degli studi di fase II, basato su osservazioni precliniche e sui biomarcatori ma anche con valutazioni statistiche ottimali per una stima tempestiva dell’efficacia», concludono gli autori.





