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09/12/2024In un nuovo trial non randomizzato atezolizumab in associazione a una terapia a target molecolare aumenta la sopravvivenza globale in pazienti con carcinoma anaplastico della tiroide
Uno studio clinico non randomizzato di fase 2, recentemente pubblicato su JAMA Oncology, dimostra risultati promettenti per l’anti-PD-L1 atezolizumab utilizzato in combinazione a una terapia a target molecolare su base genetica in pazienti con carcinoma anaplastico della tiroide, con o senza mutazioni di BRAF.
Gli autori hanno arruolato 42 pazienti in tre coorti per tre diverse terapie mirate: i pazienti con tumori mutati in BRAF V600E hanno ricevuto vemurafenib/cobimetinib più atezolizumab (coorte 1); quelli con tumori mutati in RAS (NRAS, KRAS o HRAS) o NF1/2 hanno ricevuto cobimetinib più atezolizumab (coorte 2); i pazienti senza alcuna di queste varianti sono stati assegnati a ricevere bevacizumab più atezolizumab (coorte 3). La mediana di sopravvivenza globale nelle tre coorti è risultata pari a 19 mesi, con dati variabili dai 43 mesi nei pazienti della coorte 1 ai 6,21 mesi nella coorte 3; la sopravvivenza libera da progressione di malattia è stata di 13,9 mesi nella coorte 1, di 4,8 mesi nella coorte 2 e di 1,3 mesi nella coorte 3. «Nel carcinoma anaplastico della tiroide è frequente che si instauri una resistenza primaria alla terapia a bersaglio molecolare con un singolo farmaco e, nonostante il successo ottenuto con gli inibitori di BRAF e MEK, in particolare per le mutazioni di BRAF, la resistenza inevitabilmente si verifica. Tenendo conto che questi tumori hanno mutazioni oncogeniche driver, ma che invariabilmente sviluppano resistenza alla sola terapia mirata, abbiamo progettato questo nuovo studio che combina atezolizumab con la terapia a target molecolare, ipotizzando che l’approccio avrebbe potuto allungare in maniera significativa la mediana di sopravvivenza globale», dicono gli autori. «I risultati mostrano che la strategia di associare all’immunoterapia una terapia a target molecolare basata sulle mutazioni genetiche presenti ha portato a una sopravvivenza globale di 19 mesi nelle tre coorti, a nostra conoscenza la più lunga sopravvivenza globale finora riferita in uno studio clinico sul carcinoma anaplastico della tiroide. La terapia mirata diretta alle mutazioni in combinazione con l’immunoterapia con un inibitore di PD-L1 è perciò una strategia promettente per estendere la sopravvivenza globale nei pazienti con carcinoma anaplastico della tiroide. Sono tuttavia necessari ulteriori studi in pazienti con carcinoma anaplastico della tiroide non mutato in BRF, utilizzando farmaci più mirati», concludono gli autori.





