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25/05/2026La risomministrazione di un inibitore PARP assieme a bevacizumab ha un’efficacia promettente in pazienti con carcinoma ovarico già trattate con PARP inibitori, soprattutto se responsive a una precedente chemioterapia a base di platino
Una risomministrazione dell’inibitore PARP niraparib in combinazione con bevacizumab come terapia di mantenimento ha mostrato un’efficacia promettente in pazienti con carcinoma ovarico già trattate con un inibitore PARP, stando a dati pubblicati di recente su Clinical Cancer Research.
Nello studio di fase II KGOG 3056/NIRVANA-R, 44 pazienti con carcinoma ovarico recidivante sensibile al platino, che avevano ricevuto almeno due linee di chemioterapia a base di platino e una precedente terapia di mantenimento con inibitori PARP, hanno ricevuto una dose quotidiana di niraparib e bevacizumab ogni tre settimane fino alla progressione della malattia o alla comparsa di tossicità inaccettabile. I risultati hanno mostrato che il 59,1% delle pazienti è rimasto libero da progressione di malattia a 6 mesi, con un tasso stimato di sopravvivenza libera da progressione di malattia del 68%. Tassi più elevati di sopravvivenza libera da progressione di malattia a 6 mesi sono stati osservati nelle pazienti con un intervallo libero da trattamento più lungo dopo la penultima chemioterapia e in quelle che hanno ottenuto una risposta completa alla chemioterapia più recente. Il profilo di sicurezza dello studio NIRVANA-R ha mostrato eventi avversi gestibili, simili a quelli riportati in altri studi che hanno valutato la ripresa del trattamento con inibitori PARP o combinazioni di inibitori PARP e bevacizumab. Gli autori sottolineano che lo studio «non ha raggiunto il suo endpoint primario predefinito, ma fornisce importanti informazioni sul potenziale ruolo della ripresa del trattamento con inibitori PARP e bevacizumab come terapia di mantenimento in pazienti con carcinoma ovarico ricorrente sensibile al platino già trattate con inibitori PARP. Lo studio solleva importanti interrogativi sull’impatto dell’esposizione pregressa agli inibitori PARP e della tempistica della progressione sull’efficacia della ripresa del trattamento, sottolineando la necessità di ulteriori ricerche per affinare la selezione dei pazienti e ottimizzare le strategie terapeutiche. Nel complesso, sebbene la combinazione di niraparib e bevacizumab sia promettente, sono necessari ulteriori studi definitivi per comprenderne appieno il ruolo nella gestione del carcinoma ovarico recidivante dopo la terapia con inibitori PARP», concludono gli autori.




