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12/05/2025Un nuovo studio di fase II dimostra un potenziale clinico per la combinazione di regorafenib e avelumab nei tumori neuroendocrini gastroenteropancreatici
La combinazione di regorafenib e avelumab ha un potenziale clinico promettente nelle neoplasie neuroendocrine gastroenteropancreatiche (GEP-NEN), come dimostrato da un nuovo studio di fase II recentemente pubblicato su Nature Cancer.
I nuovi dati riguardano la coorte neuroendocrina dello studio basket REGOMUNE, composto da 17 studi di fase II concomitanti a braccio singolo, ciascuno progettato per valutare l’efficacia e la sicurezza di regorafenib in combinazione con avelumab in diversi tipi di tumore. In totale 47 pazienti con GEP-NEN sono stati arruolati per ricevere regorafenib (160 mg al giorno) e avelumab (10 mg/kg ogni due settimane) in cicli di 28 giorni. Il tasso di risposta obiettiva a 6 mesi è stato del 18%, con una mediana di sopravvivenza libera da progressione di malattia pari a 5,5 mesi; sono state osservate inoltre risposte durature di 16,6 mesi. Gli eventi avversi correlati al trattamento sono stati gestibili e un’analisi esplorativa dei biomarcatori ha identificato come potenziali marcatori di resistenza l’espressione e l’attività di PD1 e dell’indoleammina 2,3-diossigenasi 1. Come spiegano gli autori, «Sebbene il tasso di risposta osservato nella nostra coorte sia in linea con quelli già riportati in precedenza per gli inibitori multi-chinasici, variabili fra il 9% e il 16%, è degno di nota che siano state osservate risposte obiettive nei partecipanti che erano già stati esposti a tali trattamenti. Questo dettaglio suggerisce che l’effetto sinergico degli agenti antiangiogenici e degli inibitori di PD1/PD-L1 possa offrire una strategia per superare la resistenza secondaria agli inibitori della tirosin-chinasi, almeno in un sottogruppo di persone con GEP-NENs. I nostri risultati preliminari indicano che la combinazione di regorafenib e avelumab merita ulteriori studi nell’ambito della gestione dei pazienti affetti da GEP-NENs. Inoltre, i biomarcatori predittivi che abbiamo identificato richiedono un’ulteriore validazione in studi futuri per confermarne l’utilità», concludono gli autori.





