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22/06/2026Un dosaggio bassissimo di nivolumab migliora significativamente la sopravvivenza globale in tumori solidi avanzati molto pretrattati, con minori tossicità e una migliore qualità di vita
I dati dello studio di superiorità di fase III DELII, recentemente pubblicati sul Journal of Clinical Oncology, dimostrano che una dose ultra-bassa dell’inibitore del checkpoint immunitario nivolumab mantiene l’efficacia clinica in pazienti con tumori solidi recidivanti refrattari, con una minore tossicità e una migliore qualità di vita, potenzialmente aumentando l’accessibilità economica dell’immunoterapia.
Lo studio è un trial di superiorità di fase III in aperto in cui 500 pazienti con tumori solidi avanzati e pesantemente pretrattati (di cui 52% tumori della testa e del collo, 36% tumori polmonari) sono stati randomizzati a ricevere una dose bassissima di nivolumab (20 mg ogni 2 settimane, ovvero l’8% della dose convenzionale) o chemioterapia. I risultati mostrano che la mediana di sopravvivenza globale è stata pari a 5,88 mesi con nivolumab a dose ultra-bassa rispetto a 4,7 mesi con la chemioterapia; la sopravvivenza globale a un anno è stata rispettivamente del 27,3% e del 16,9%. La mediana di sopravvivenza libera da progressione di malattia e i tassi di risposta obiettiva non hanno mostrato differenze significative tra i due gruppi di trattamento, ma la durata della risposta ha raggiunto 8,28 mesi con nivolumab a dosaggio ultra-basso rispetto ai 4,93 mesi con la chemioterapia. Con nivolumab a dosaggio ultra-basso la sicurezza è risultata sostanzialmente migliorata e la qualità della vita significativamente più elevata rispetto alla chemioterapia. Come sottolineano gli autori, «In molti Paesi a basso e medio reddito solo una piccolissima percentuale di pazienti idonei è attualmente in grado di ricevere gli inibitori dei checkpoint immunitari a causa dei costi elevati. Questi risultati supportano una rivalutazione delle strategie di dosaggio degli inibitori dei checkpoint immunitari e potrebbero migliorarne l’accesso globale», concludono gli autori.





